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Welcome to Australia!

20 Nov 2018

Ero in India da due mesi e mezzo. Sapevo che avevo poco tempo per decidere se restare o andare. L’India mi aveva travolta, con i suoi odori, colori e rumori. Era una scelta assai difficile. Ma avevo i giorni contati. Il mio visto, richiesto e accettato quasi un anno prima, stava per scadere.
Decisi di allungarmi ancora e di esplorare altri tre stati del grande continente Indiano prima di prendere quel volo che da Mumbai mi avrebbe trasportata in un altro mondo: l’Australia.

La sognavo da quando ero piccina. I canguri, i koala, il surf e quella roccia gigantesca nel deserto rosso. Non sapevo allora, che l’Australia è tutto questo. E molto, molto di più.
Atterrare a Sydney dopo tre mesi in India è stato uno shock. Il silenzio assordante, in primis, l’assenza di odori pungenti, l’ordine, la pulizia delle strade. Tutto era così diverso dalla mia amatissima India. Ma ero pronta. Zaino in spalla e macchina fotografica in mano ero pronta a catturarne non solo le differenze, ma anche tutte le sue sfumature.

Decisi di fermarmi a Sydney per un po’. Tutto quel girovagare per l’India, aveva esaurito le mie energie. Avevo bisogno di oceano. E Sydney era il posto migliore per recuperare le forze. Dopo qualche giorno acquistai una tavola da surf usata, volevo a tutti i costi coronare quel sogno di cavalcare un’onda. E così fu, dopo qualche giorno. La vita a Sydney era semplice. Sveglia all’alba, una corsetta sul lungomare, una colazione a base di açai in un bar fronte mare e poi via con il mio lavoro. Fino alle 4 al massimo quando prendevo la mia tavola e ostinata continuavo a fronteggiare le onde di Manly beach.

Dopo qualche mese, decisi che ero pronta per una nuova avventura e decisi di unirmi ad un paio di fotografi che avevo conosciuto per esplorare insieme la Tasmania a bordo di un van. Trascorremmo un mese perdendoci nelle lunghe strade arrotolate tipiche di quell’isola, conquistando, dopo ore, di camminate le vette più alte, e tremando di freddo nell’attesa dei primi spiragli di luce in quelle mattinate gelide.
Fu un’esperienza incredibile. Tornata in Australia, rimasi qualche settimana a Melbourne, immergendomi nella sua vibe Europea e bevendo espressi proprio come quelli Italiani.

Fu lì, che per caso incontrai un gruppo di avventurieri diretti verso il centro rosso dell’Australia. Non ebbi esitazioni o dubbi. Mi unii alla loro carovana composta da altre 3 jeep e procedemmo verso lei. La pietra rossa. Uluru.

Dopo qualche settimana nel deserto, innumerevoli gomme bucate, l’assenza di acqua potabile, le birre calde e la totale disconnessione dal mondo, eravamo arrivati. Era notte, ed eravamo accampati a circa un km di distanza dalla montagna rossa. Attesi, con una tazza di te bollente l’alba. Nel totale silenzio della notte, dopo che gli altri erano andati a dormire nelle loro tende, sentivo soltanto l’ululare dei dingos in lontananza.

Avevo preparato la camera per un time-lapse. Volevo registrare quel momento con gli occhi e non attraverso un obiettivo. Qualche ora, e un termos di te dopo, era li. Lei, la roccia rossa in tutto il suo splendore. Era molto più grande di quanto avessi mai immaginato in quella cartolina regalatami da mio zio quasi 20 anni prima. Il giorno dopo, quando ci avventurammo per circumnavigarla, ci vollero circa due ore. Ovviamente mi rifiutai di scalarla. Ayers Rock, o Uluru, è una montagna sacra per il popolo aborigeno. Ricca di significati mistici e valori a noi incomprensibili, sarebbe stato davvero scorretto scalarla come fosse una qualsiasi altra roccia. Io, volevo solo ammirarla. Da anni. E finalmente ero lì.