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Sabrina Andrea Sachs: viaggiare, la mia passione e professione

16 Ott 2018

Ciao Sabrina!
La tua storia ci ha colpito molto, come ti descriveresti in breve?

La sintesi non è mai stato il mio forte, ma dovendo provarci, mi definirei una viaggiatrice incallita, una nomade digitale per scelta, amante della libertà sopra ogni cosa e al di fuori di qualsiasi schema classico. Mi piacciono le sfide, le avventure e non sapere mai il finale delle storie.
Sono un’ottimista che rasenta la stupidità, ma sono anche estremamente razionale. Mi piace occuparmi di mille cose e credo fondamentalmente nel cambiamento come forza motrice della vita stessa.

https://www.instagram.com/p/BUjC5NGh-SA/?taken-by=the_storyteller

Sabrina Andrea Sachs non è il tuo vero nome, ma, come dici tu, è il nome che indossi quando scrivi e viaggi. Da dove è nato questo nome?

È nato per scherzo agli albori dei social media, circa una decina d’anni fa. Sono sempre stata amante della mia privacy e di avere un angolino di vita solo per me. Creando il mio profilo Facebook, visto che lavoravo in una grossa Corporate americana e non volevo che colleghi e clienti si intrufolassero nella mia vita privata, decisi di usare un altro nome. Era appena uscito Il Diavolo Veste Prada e visto che la mia capa del tempo era come (anzi molto peggio!) di Miranda Priestly e che mi è sempre piaciuto il nome Andrea, ho deciso di adottare quello della protagonista sfruttata e maltrattata. Doveva essere un gioco, ma in poco tempo è diventato un po’ il mio brand ed è rimasto fino ad oggi.

Di cosa ti occupi?

Ad oggi mi piace definirmi una portfolio professional perché faccio parecchie cose anche sconnesse tra loro. In primis, sono una scrittrice di viaggi e blogger; da ormai tre anni collaboro con diversi portali per cui scrivo articoli. In secondo luogo sono un’Instagram Strategist, da un paio d’anni infatti, oltre a promuovere brand che rispecchiano i miei valori sul mio canale in qualità di Influencer, mi occupo anche di aiutare persone e piccoli aziende ad utilizzare la piattaforma all’interno della loro strategia marketing in modo da raggiungere nuovi clienti e quindi aumentare le vendite. A Settembre ho tenuto il mio primo Workshop Italiano su questo tema e lo stesso mese ho lanciato il mio corso online.
Sempre in tema di Fotografia, sono anche una content creator e infatti produco contenuto visual per privati e aziende, oltre a fotografare eventi e prodotti per materiale pubblicitario, aziendale e siti web.
In ultimo, ma non per importanza, sono la fondatrice di una piccola azienda di cartoleria online. Un’altra avventura iniziata quasi per gioco ma che mi ha subito dato immensa soddisfazione e che ora sta andando fortissimo.

https://www.instagram.com/p/BjCl3dUBIjG/?taken-by=the_storyteller

Viaggi molto e lavori molto nello stesso tempo, ma chi eri prima di essere The Storyteller che sei oggi?

Mi piace definirla la mia vita precedente perché lo strappo è stato molto netto e definitivo. I miei vent’anni sono stati all’insegna della carriera classica: le promozioni, i soldi, il potere. Mi sono trasferita a Londra a 22 anni per entrare in un’azienda di consulenza e dopo qualche passaggio e una durissima scalata professionale sono arrivata alla posizione di Senior Project Manager Europa in Amazon all’età di 28 anni.

C’è stato un momento preciso in cui hai detto: “ok, parto, ci provo”?

Sì. Il momento è stato abbastanza chiaro

Come hai trovato il coraggio di mollare tutto e partire?

La Paura. Tutti chiedono del coraggio e dove l’ho trovato. Ma io quello non l’ho mai visto. Io sono sempre stata una fifona, ancora lo sono ed è stata la paura la mia forza motrice, le sue fauci nere e sanguinose mi hanno spinta a mollare tutto. La paura di non vedere il mondo, di morire prima di aver messo piede in India, la fifa di non fare un road trip Australiano, di prendere e perdere bus in Asia mi perseguitava la notte e mi torturava di giorno. Ne ho parlato anche in un articolo nel mio blog che è presto diventato virale, perché è inusuale pensare alla Paura come a una cosa positiva. Ma lo è stato per me. Temevo che la sicurezza e il prestigio che mi ero creata, come una gabbia dorata e sicura, non mi avrebbero mai permesso di fuggire. Mi vedevo a 60 anni ricca e arrogante, ma senza sapere nulla del mondo o delle persone. Avevo paura. Paura di sprecare tempo. Dovevo andare. E allora sono partita.

Cosa significa essere “storyteller” secondo te e come lo si diventa?

Io ho sempre amato inventare e raccontare storie. Orali inizialmente, le raccontavo la notte tenendo mia sorella per mano a letto insieme. La mia fantasia a quei tempi non aveva limiti. Poi attorno ai 14 anni ho creato il mio primo fotoblog (un’Instagram degli anni ’90 praticamente) The Confused Storyteller. Poi c’è il buco nero degli anni di carriera in cui non ho scritto o inventato nessuna storia, ma poi durante il mio lungo viaggio, le parole sono tornate, le storie sono ricominciate quasi per magia. Essere uno storyteller significa saper raccontare (bene) una storia. Che sia per iscritto o che sia visual, significa saper catturare completamente l’attenzione del lettore o interlocutore per condividere un messaggio con loro.

Questa nuova vita, ti ha cambiato in qualche modo?

Ah! Direi completamente. Da quando ho lasciato Londra e la mia carriera ormai tre anni fa, sono cambiate moltissime cose attorno e dentro di me. Una volta davo molto valore al potere come forma di riconoscimento sociale, ma ora che mi sono impregnata di Asia e di mondo vero, valuto molto di più i gesti autentici e uno sguardo nelle persone che incontro. Il minimalismo mi ha anche aiutata molto a concentrarmi sulle cose che contano. Dando il valore giusto al bene più prezioso che abbiamo, il tempo, sono riuscita ad ottimizzare la mia vita, tralasciando le cose e le persone che non apportano valore e concentrandomi invece su ciò che fa la differenza nella mia vita.
La cosa che non è mai cambiata è la voglia di fare e darmi da fare. Ho cambiato ring, ma lavoro durissimamente anche oggi. Mi piace, mi sveglio con il sorriso e balzo fuori dal letto come se andassi in vacanza.

Qual è la tua “giornata tipo”?

Se non sono in viaggio – che di solito è circa 4/5 volte al mese; mi sveglio presto, mi dedico alla meditazione per 10-15 minuti poi sorseggio un caffè leggendo un libro. Subito dopo, esco per una passeggiata o corsa e attorno alle 8 sono davanti al computer. Seguo una schedule piuttosto fissa: blocchi dedicati da 45 minuti e 5 minuti di pausa. Lavoro per progetto quindi passo da mandare email a scrivere, a postare sui social in base alle esigenze dei miei clienti.

Cosa significa il viaggio per te?

Il viaggio è la quarta dimensione. È dove io sono la me più vera, senza filtri e senza trucchi. Amo viaggiare da sola perché mi permette di immergermi completamente nell’esperienza, nella cultura e nel luogo. Viaggiare è davvero l’unico investimento che val la pena fare, l’unica scuola che ci insegna quanto siamo veramente simili e quando microscopiche sono le differenze che ci ostiniamo a evidenziare.

Se dovessi descriverti con 3 mete, quali sarebbero e perché?

Domanda difficilissima! Londra, perché mi ha fatto capire che se lo vuoi, tutto è davvero possibile. India perché e il Paese più magico, complicato e ambiguo che io abbia mai visitato. E infine, la Nuova Zelanda perché lì ho messo alla prova i miei limiti, abbattuto le mie paure più grandi e poi sono stata investita da un senso di libertà assoluta che mai prima di allora avevo provato.

L’esperienza di viaggio più bella che tu abbia mai fatto

Forse il mio road trip Australiano di 7 mesi. E’ stata un’esperienza magnifica, spaventosa a volte, ma i ricordi che ho di quel periodo mi fanno sempre sorridere.
Non posso non menzionare anche i miei tre mesi in India però che restano momenti indelebili e significativi del mio percorso.

https://www.instagram.com/p/BKT7X12ja-a/?taken-by=the_storyteller

Viaggio significa anche fare la valigia: quali sono le cose che non mancano mai nella tua?

Ovviamente il mio laptop, macchina fotografica, treppiede e telefono sono i miei strumenti di lavoro. Un libro o due, la mia agenda/notebook e una penna. Le cuffie. Scarpe da ginnastica, un bikini e occhiali da sole.

Qual è il modello EBK che più rappresenta il tuo mood?

Ho iniziato ad indossare Greenpoint qualche settimana fa e, a parte i mille complimenti ricevuti, rispecchia il mio mood di quest’estate: un po’ wild, un po’ sexy.

Viaggi: le tue top 3 destinazioni che suggeriresti a tutti per vivere e lavorare.

Londra sicuramente perché è la città delle opportunità, Chiang Mai, Tailandia per provare a vivere una vita diversa, da digital nomad e sentire che effetto fa la libertà. Hanoi, Vietnam, città ricchissima di cultura e storia in un intricatissimo labirinto di strade.

Che consiglio daresti a chi sta pensando di seguire la tua strada e diventare un freelance/storyteller?

Uno solo? 😀 Innanzitutto la formazione è indispensabile. Non necessariamente quella classica (università etc..), ma è obbligatorio saper fare. Quotidianamente ricevo email con questa domanda: come faccio a fare quello che fai tu? E la mia risposta è sempre la stessa: studia, impara, formati e solo poi buttati.

C’è qualcosa che cambieresti nel tuo percorso potendo tornare indietro?

Se avessi potuto – ma non ne avevo le possibilità economiche – avrei studiato all’estero per abbattere quelle difficoltà linguistiche che mi hanno tormentata nei primi tempi a Londra. Ma preferisco non guardare troppo al passato, piangere sul latte versato non ha senso, piuttosto possiamo sempre guardare avanti e la mia missione quotidiana è essere anche solo minimamente migliore di chi ero ieri.

Prossime avventure?

Mi aspetta un road trip solitario in Spagna, un’attesissima visita nell’est Europa, un viaggio a New York per le foglie cadere, sakura in Giappone e altre cose segretissime! ☺

Come ti vedi tra 10 anni?

Non faccio programmi così a lungo termine… Spero di rifare questa intervista e potervi raccontare una storia emozionante come questa!